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Racconto sugli zampognari

di Giovanni Borraro

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Quando ho sentito per la prima volta gli zampognari ?  Venticinque anni sono tanto tempo fa. Il mio ricordo più antico risale alle scuole elementari. Venivano a fare le novene a casa. Facevo la quarta ed avevo avuto un incidente stradale. Molte complicazioni, un lungo ricovero, un intervento delicato, ma tutto bene. A casa mi coccolavano molto in quel periodo. E a scuola pure. Essendo molto coccolato mi veniva concesso tutto, anche qualche piccolo lusso. Credo che la zampogna, l'appalto per le novene,  facesse parte di questo pacchetto di premi per la mia salute ritrovata.
Venivano tutti i giorni nei pomeriggi bui di dicembre e suonavano davanti al presepe o .... mi pare che avevamo una culla grande con un Gesù bambino a grandezza quasi naturale. Ho ricordi vaghi, sovrapposizioni... una sorta di zapping ante litteram. Mi ricordo che suonavano pochissimo, un minutino, che  bevevano un po' di vino, che si pregava davanti al presepe o alla culla.
Gli strumenti erano fortissimi per quell'ingresso piccolo e lungo.
 La mia casa.
Mi sembrava così grande !
Li vedevo dalla finestra scendere a piedi, sempre soli, camminavano strani, erano goffi per la città. Citofonavano, e anche se ero solo in casa, li facevo entrare. Suonavano solo per me ! Guardavano seri il presepe. Smettevano di suonare assieme all'improvviso ed erano subito seri. E anche io ero serio. Era un rapporto adulto e antico.
Poi, pian piano, tutto è svanito: il presepe, la culla, le preghiere, le novene a casa.
Continuavano a venire gli zampognari, citofonavano, ma pochi ora li assoldavano. Ero ormai un adolescente e loro mi sembravano proprio "passati", out, fuori luogo. Li incontravo nei posti e negli orari più strani nella mia  città che ora  era  un vasto territorio di mia conoscenza....
   
Ho iniziato a suonare da grande.
Ho sempre pensato al suonare come a qualcosa di intimo e nello stesso tempo di doverosamente pubblico. Uno dei miei tanti paradossi!
Appena sono stato capace di fare due note di seguito, ho cercato le possibilità di farlo pubblicamente. Ho scritto cercato , il che non vuol dire che io l'abbia trovato subito il modo. No! E' stato ed è tuttora difficile  trovare gli spazi, i contesti giusti per suonare.
Ma suonare per strada era ed è il modo più semplice per suonare in pubblico.
Cosa mi abbia portato a diventare uno zampognaro, quali siano stati gli eventi determinanti, non lo so bene ancora. Eppure lo faccio ormai da più di dieci anni.
Forse il fatto che mio fratello  ad un certo punto sia diventato un pastore di pecore.
Forse la voglia di sbattermene di tutto.
Forse il ricordo delle antiche novene.
Forse uno sfizio.
Ma quanto è profondo uno sfizio? Mi fermo.
 Diamo per scontato che ci sia un'ottima ragione per cui uno come me fa qualcosa per più di dieci anni. È un dogma. Un atto di fede. Non ne parliamo più.
Voglio scrivere ora di qualche mia storia da zampognaro. Di viaggi, incontri, di  imprenditoria ormai non più tanto giovanile, di bisacce, di circostante.
Ho iniziato con mio fratello a Roma. Solo pochi giorni sotto Natale, senza un progetto preciso, per sfizio. La cosa ci piacque, ne intuimmo una possibilità di grande sviluppo. Lo sfizio è rimasto, ma al suo fianco è cresciuto un progetto. Il periodo si è allungato sempre più. I costumi sono stati sempre più pensati e non più casuali.
Il costume, questo miracoloso lasciapassare.    
Quante porte si sono aperte grazie a lui!
Le porte di una chiesa del centro di Roma. La chiesa dei barboni. Un vero presepe drammatico e commuovente.
Quanti ospizi! Quante mani rigate dal tempo! A Roma è un portafortuna toccare il nostro costume in pelle di pecora. In tanti piangono appena attacchiamo a suonare. Potere della musica, evocatrice di emozioni profondissime ed insostenibili.
Quanti asili! Quante scuole elementari! Non c'è circolare ministeriale che ci tenga fuori. Anche le maestre più inacidite si disgelano al nostro suono. E i bambini! Appena suoniamo un ritmo binario iniziano a battere  piedi e  mani e a cantare . E' un'esplosione di vitalità!
Quanta gente ama i nostri suoni e i nostri costumi! Fedeli, goliardi, curiosi, folli. Gente di tutti i tipi ci accoglie in casa. Suoniamo per tutti.
 Suoniamo, respiriamo. Ci adeguiamo ai movimenti lenti che il costume, spesso intriso di pioggia, ci impone.
Ci scrolliamo di dosso tanto ciarpame, tanta "forfora esistenziale".
Ora siamo noi i goffi pastori che si muovono in uno spazio improprio.
Ci muoviamo goffamente nella città grande.
Siamo lenti ed ingombranti nelle attese silenziose delle metropolitane, nei vagoni zeppi di gente triste, fra gli sguardi persi nel vuoto. E ci sentiamo invisibili.
Siamo poco credibili per i tassisti che passano veloci senza degnarci neanche di una lieve frenata.
A volte mentre suoniamo riceviamo un obolo che ci impone un umiliante silenzio. Lo accettiamo con strafottenza, ma ci sentiamo in esilio. Quell'obolo disprezzante è uno sputo, è una spugna piena di aceto. E' la manifestazione di quanto siamo scomodi, irritanti e spregevoli agli occhi di chi crede di non avere tempo per pregare. Allo sputo ed all'aceto che ci piove addosso ci opponiamo con forza pura ed invincibile. Stiamo rompendo la placenta. Stiamo urlando. Ma è un calvario ed invece è Natale! E noi stiamo crescendo dentro questo costume largo. Sono passati alcuni anni. Non  abbiamo più l'esigenza o la forza di opporci.
Maturiamo la decisione di abbandonare la città, soprattutto il centro, per andare nelle periferie, nei paesi.
Meno lucro, ma più accoglienza ...